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LEHNER Ulrich L., Kants Vorsehungskonzept auf dem Hintergrund der deutschen Schulphilosophie und -theologie, Brill, Leiden-Boston 2007, pp. ix + 532.

fascicolo I, volume 19 (2010), pp. 226-229.
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LEHNER Ulrich L., Kants Vorsehungskonzept auf dem Hintergrund der deutschen Schulphilosophie und -theologie, Brill, Leiden-Boston 2007, pp. ix + 532.

 

Sin dai suoi inizi nell’antica Grecia fino ai nostri giorni, il discorso filosofico è articolato su tre grandi temi: Dio, l’uomo e il mondo. Non sono mai arbitrari i modi della loro presenza (o assenza) in seno alla riflessione di ogni pensatore, perché queste idee si trovano in uno stretto rapporto concettuale. In effetti, ciò che il filosofo pensa di Dio condiziona necessariamente la sua concezione del reale e l’idea che egli si fa dell’uomo. Questa intricata dipendenza diventa ancor più evidente — e complessa — quando vengono trattati temi in cui essi sono in intimo rapporto, come quello della provvidenza divina, concetto al confine tra pensiero filosofico e riflessione teologica cristiana, e oggetto di studio di questa monografia.

Ulrich Lehner si è proposto, come evidenzia il titolo, di mettere a fuoco la concezione kantiana di provvidenza, tenendo sullo sfondo la scolastica protestante tedesca, sia filosofica che teologica, in cui essa è maturata. Tuttavia, la trattazione delle diverse dottrine della provvidenza divina che costituiscono il contesto del pensiero kantiano al riguardo è svolta con grande profondità, tanto da poter essere considerata di fatto uno studio storico-concettuale a sé stante.

I pochi paragrafi che seguono vogliono essere un invito alla lettura di questo lavoro, più che iniziare un dibattito sul tema o presentarne il riassunto. Siamo certi che chiunque si dedichi alla storia del pensiero filosofico o teologico del Secolo dei Lumi ne trarrà profitto.

L’opera è composta da quattro parti, tutte volte a dipanare la dottrina della provvidenza (Vorsehungslehre): la prima è dedicata ai seguaci della scolastica razionalistica leibniziana; la seconda ai rappresentanti di spicco della teologia luterana e riformata del XVIII secolo che influirono sulla formazione intellettuale del filosofo di Königsberg; la terza al pensiero kantiano del periodo pre-critico e la quarta al suo pensiero critico e tardivo. L’unità tematica del trattato non è ostacolo per l’applicazione di approcci metodologici diversi ad ogni parte, per illustrare nel modo migliore materiali di natura molto varia.

L’analisi della dottrina della provvidenza nei filosofi razionalistici e nei teologi, sviluppata nelle prime due parti, è stata fatta dedicando un capitolo ad ogni autore. Invece, nella terza parte ci si accosta alla provvidenza divina analizzando una ad una le opere del periodo pre-critico in cui Kant in qualche modo affronta questo concetto. Infine, nella quarta parte della monografia il ruolo della provvidenza nel  pensiero critico e tardivo di Kant viene esposto in capitoli tematici: nella filosofia della religione e la metafisica, nella teleologia, nell’antropologia, e nella filosofia politica e della storia.

Prima di affrontare singolarmente i principali rappresentanti della scolastica razionalistica tedesca, Lehner analizza brevemente la concezione di provvidenza divina di alcuni autori estranei ad essa, che però hanno esercitato un influsso notevole sul pensiero kantiano: Isaac Newton, Pierre Bayle, David Hume, Gottfried Leibniz, Gotthold Lessing e Johann Herder. Inoltre, compare ogni tanto sullo sfondo della trattazione l’influsso del monismo spinozista sul razionalismo del XVIII secolo. Vengono dedicati invece singoli capitoli a Christian Wolff, Alexander G. Baumgarten, Christian A. Crusius, Moses Mendelsohn,  Hermann S. Reimarus e Johann F. W. Jerusalem. Nell’ambito della teologia, Lehner prende in esame soltanto un teologo luterano e uno riformato, ma in modo molto esteso. Il primo è Sigmund J. Baumgarten (fratello di Alexander G. Baumgarten), il secondo invece Johann F. Stapfer.

La lettura della prima parte offre una prospettiva più positiva di personaggi come Mendelsohn o Reimarus, il cui attacco alla rivelazione divina giudeo-cristiana ne ha segnato il pensiero, mettendo in luce la loro strenua difesa della ragione contro lo scetticismo di taglio empirista. Mendelsohn, diversamente dal suo correligionario Baruch Spinoza, afferma in modo energico l’agire nel mondo di un Dio vivente e personale, mai ridotto a mera attività delle leggi della natura, e la speranza di raggiungere la perfezione al di là della morte, in sintonia con la tradizione giudeo-cristiana. Reimarus, da parte sua, difende contro D’Alembert e La Mettrie che ogni ricerca scientifica presuppone l’accettazione del finalismo (teleologia) nella natura. Lehner sottolinea l’attualità delle riflessioni di Reimarus alla luce delle discussioni riguardanti la teoria darwiniana dell’evoluzione delle specie e del cosiddetto “intelligent design” (p. 130).

Un concetto che è presente in quasi tutti gli autori trattati nella prima parte, è la considerazione della provvidenza divina che si riflette nel collegamento (Verknüpfung) di tutto il creato (nexus universalis), opera della divina sapienza (die Weisheit Gottes). Come si vedrà più avanti, una radicalizzazione immanentista di questa idea sarà presente nella concezione kantiana della provvidenza. Con grande coerenza, i pensatori presentati in questa parte tendono a minimizzare fortemente il ruolo dell’agire straordinario (soprannaturale) di Dio nell’andamento del mondo, perché i miracoli sarebbero espressione di un bisogno di “aggiustare” l’azione delle leggi di natura, perfette in se stesse in quanto opera della divina sapienza, e ciò sarebbe contraddittorio. Appare con evidenza che quest’atteggiamento ostile al soprannaturale, anche se dalle ambigue —anzi deleterie— conseguenze, non è motivato in essi dalla voluta negazione dell’esistenza di Dio, come invece è accaduto in altri pensatori dell’Illuminismo.

La seconda parte offre a chi si è formato nella teologia cattolica un interessante spiraglio sulla dogmatica protestante, tanto dell’ortodossia luterana come del pensiero riformato, nel suo sforzo di venire incontro alle esigenze della Modernità razionalistica. Nell’esposizione della dottrina della provvidenza divina in Stapfer, in particolare nella sua concezione del dovere, Lehner segnala una probabile fonte d’ispirazione dell’imperativo categorico kantiano: “Noi siamo obbligati a usare di tutte le creature, siano anche irrazionali o inanimate, come richiesto dai piani divini” (Wir sind verbunden, alle Geschöpfe, es seyen unvernünftige oder leblose, so zu gebrauchen, wie es die göttliche Absicht erfordert, p. 189).

Ancora una volta, questo studio di Lehner riesce a far vedere la “continuità nella discontinuità” che c’è in Kant tra il pensiero critico e quello pre-critico. Concretamente, sin dai primi scritti (si veda p. es. il cosiddetto Optimismusfragment, datato tra il 1753 e il 1755) il filosofo di Königsberg si allontana dalla visione leibniziana del mondo come il miglior mondo possibile, sostenendo che la bontà del mondo risiede nell’Universalnexus, con cui Dio prevede meccanicisticamente tutto, anche quello che ci può sembrare un male o un difetto (pp. 223-224). Per il Kant pre-critico la sapienza divina è insondabile, come dimostra il terribile terremoto del 1755. Tuttavia, sebbene esso distrusse Lisbona, al contempo rese più abbondanti le sorgenti di acqua minerale di Teplitz, con grande convenienza per tutti quelli che ivi gioivano delle cure termali. Kant commentava che gli abitanti di Lisbona piangevano giustamente i loro morti, mentre quelli di Teplitz dovevano per contro cantare il Te Deum (p. 230). Sullo sfondo c’è una considerazione di Dio attivo e presente nel mondo attraverso le leggi di natura, e non come un fantomatico agente esterno con una funzione di “tappabuchi” (Lückenbüßer) delle imperfezioni del mondo. In esso si riflette anche la tendenza panteistico-mistica della concezione kantiana di provvidenza divina in seno a un mondo meccanicista, in cui Dio tende a confondersi con la razionalità e la bellezza delle leggi che lo governano. Nel mondo autarchico, Dio e il suo agire diventano qualcosa di interno. Affiancando l’espressione coniata da Robert Spaemann per questo fenomeno di “inversione della provvidenza” (Inversion der Vorsehung), Lehner chiama questa concezione kantiana “Idea meccanicistica di provvidenza” (Mechanistische Vorsehungsidee, p. 252).

Questa “inversione della provvidenza” è intimamente legata alla immanentizzazione della teleologia che avrà luogo nel pensiero critico kantiano. Il Kant delle Critiche riporrà il finalismo nelle strutture della ragione trascendentale, negando la possibilità di conoscere l’esistenza di una finalità intrinseca alla cosa in sé. Lehner fa vedere come nella Critica del giudizio, traendo le conseguenze dalle intuizioni contenute nelle due prime Critiche, Kant espone con chiarezza il fatto che l’ordinamento a un fine (Zweckmäßigkeit) è un principio regolatore della ragione che è intenta all’azione, e che può essere colto attraverso il cosiddetto giudizio riflettente (reflektierende Urteilskraft). Così, in coerenza con il primato della ragione pratica a cui porta il trascendentalismo kantiano, la dottrina della provvidenza divina diventa più un argomento fondato sul sapere pratico che sulla conoscenza teoretica. In effetti, la provvidenza è garante della speranza che attraverso l’azione buona si raggiungerà alla fine la perfezione del genere umano. Insieme con i postulati della ragion pratica, la provvidenza è il motore dell’agire morale. Qui Lehner fa vedere come il collegamento di Kant con Rousseau mostra in questo punto una divergenza notevole, perché il primo vede lo stato ideale dell’umanità alla fine della storia, il secondo invece all’inizio.

Lehner chiude l’esposizione con una breve citazione di Kant, che può anche servire qui come conclusione: «La provvidenza ha voluto che l’uomo debba creare il bene da sé stesso e si rivolge all’uomo così: “Va’ nel mondo —in questo modo potrebbe pressappoco parlare all’uomo il Creatore—, Io ti ho provvisto di tutte le predisposizioni per il bene. A te tocca svilupparle, e perciò tutta la tua felicità o disgrazia dipende solamente da te stesso”» (Pädagogik, in Akademie Ausgabe, vol. IX, p. 446).

 

Francisco Fernández Labastida