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SOKOLOWSKI Robert, Introduzione alla Fenomenologia, EDUSC, Roma 2002, pp. 271.

fascicolo II, volume 11 (2002), pp. 366-368.
Recensioni

SOKOLOWSKI Robert, Introduzione alla Fenomenologia, EDUSC, Roma 2002, pp. 271.

Le Edizioni Università della Santa Croce (EDUSC) hanno pubblicato come primo titolo della collana Prospettive filosofiche, curata dalla Facoltà di Filosofia dell’università, la traduzione italiana del volume Introduction to Phenomenology (Cambridge University Press, Cambridge 2000) di Robert Sokolowski, noto specialista nordamericano di Husserl. L’obiettivo di questa collana è quello di offrire agli studenti e agli studiosi di filosofia libri d’introduzione alle diversi correnti di pensiero che hanno modellato il volto della filosofia nel ventesimo secolo.In questo genere di pubblicazioni è sempre da auspicare l’equilibrio tra la profondità nell’esposizione delle idee e l’agilità e la chiarezza del testo. Non si tratta di un compito facile, perché l’autore si vede costretto a navigare fra due pericoli, come Ulisse fra Scilla e Cariddi: da una parte, lo solletica la tentazione di indugiare in approfondimenti storiografici o filologici di carattere specialistico che possono snaturare le intenzioni introduttive originarie; e dall’altra, deve minimizzare il rischio di presentare un’immagine semplicistica e superficiale di quella scuola di pensiero, senza cioè banalizzare sia la natura delle risposte da essa fornite sia i problemi che sottostanno alla ricerca filosofica.Questo libro è un riuscito esempio di questo genere della saggistica, per la grande chiarezza e l’abilità didattica con cui riesce a introdurre il lettore nei meandri del metodo fenomenologico. Sokolowski spiega dettagliatamente i termini e i concetti fondamentali della fenomenologia, senza però appesantire la trattazione con terminologie sofisticate. Inoltre, l’uso abbondante di esempi e immagini della vita quotidiana, che spiegano in modo pratico la portata e le applicazioni immediate di questo modo di far filosofia, rendono il testo agile e intuitivo. Tutto ciò agevola la lettura e rende allo stesso tempo più comoda la strada che porta alla comprensione del metodo fenomenologico.Sokolowski privilegia un approccio diretto ai problemi filosofici, dedicando meno spazio alla loro storia, limitata all’appendice finale. Egli parla dei problemi filosofici e delle risposte che la fenomenologia dà ad essi. Senza minimamente nasconderlo, l’autore cerca di trasmettere al lettore il suo entusiasmo per il metodo sviluppato da Edmund Husserl. Egli spiega infatti il metodo fenomenologico non come chi descrive un pezzo da museo, ma come chi offre uno strumento atto per far filosofia adesso, cioè, per risolvere i problemi etico-filosofici attuali. Sin dalle prime battute, dichiara che lo scopo dell’opera va ben al di là di una presentazione oggettiva della fenomenologia: «questo libro è scritto (…) non per informare i lettori di un particolare movimento filosofico, ma per dare la possibilità del pensare filosofico in un’epoca in cui tale pensiero è seriamente messo in discussione o ampiamente ignorato» (p. 14). Ci sembra però che se l’autore avesse trattato con un po’ più di dettaglio la storia del movimento fenomenologico — non occorreva cambiare l’approccio scelto —, avrebbe fornito al lettore una cornice più adatta a mettere insieme lo sviluppo storico della fenomenologia con la sua eccellente presentazione sistematica delle idee.Il libro è diviso in quattordici capitoli, più una breve introduzione e l’appendice storica alla fine. Ciascun capitolo — tutti di lunghezza contenuta — sviluppa un aspetto diverso della fenomenologia: l’intenzionalità, l’intuizione eidetica, la fenomenologia della coscienza, la temporalità, l’intersoggettività, la trattazione della verità in prospettiva fenomenologica, ecc. La fenomenologia viene presentata come una via di uscita dalla concezione egocentrica in cui è incappata la modernità, che ha reso molto problematici i rapporti dell’uomo con le cose del mondo e con gli altri. Il recupero husserliano della dottrina dell’intenzionalità della coscienza — cioè, il fatto che la coscienza è sempre coscienza di qualcosa —, indica una via di uscita dal solipsismo che si cela nel cogito cartesiano. In questo modo, diventa possibile carpire l’essenza degli oggetti di coscienza, vale a dire, delle cose che appaiono nella nostra esperienza, senza dover però attingere a rappresentazioni mentali che stabiliscano una mediazione fra le apparenze (fenomeni) e le cose, come hanno dovuto fare sia il razionalismo sia l’empirismo.Non è intenzione di queste righe riprodurre il filo discorsivo seguito da Sokolowski, tuttavia vorremmo segnalare il modo innovativo con cui sviluppa nel capitolo terzo ciò che egli chiama «le tre strutture formali della fenomenologia»: si tratta delle coppie di concetti tutto — parte, uno (identico) — molteplice, e infine presenza — assenza. Non è infatti abituale che questi concetti, che intersecano tutto il pensiero fenomenologico, vengano messi in primo piano e trattati come un tema a sé stante, evidenziando in questo modo la loro importanza strutturale.Dopo la lettura di queste pagine, si può essere d’accordo o in disaccordo con Sokolowski, non soltanto su dispute di scuola o su interpretazioni storiografiche della fenomenologia, ma anche sulla validità dell’approccio fenomenologico stesso e delle risposte che esso offre ai diversi problemi che interessano oggi la filosofia. A nostro avviso, questo è il pregio maggiore dell’opera, poiché una presentazione a tempo stesso lucida e impegnata della fenomenologia ne mette alla ribalta i chiaroscuri, e rende possibile stabilire con essa un proficuo scambio di opinioni.In effetti, può sollevare una legittima perplessità nel lettore l’uso quasi sinonimico dei termini filosofia e fenomenologia che percorre tutta la trattazione, più evidente nel quarto capitolo, in cui l’autore fornisce una definizione iniziale di che cos’è la fenomenologia. Questo tratto accomuna la introduzione di Sokolowski alle presentazioni del metodo fenomenologico fatte dallo stesso Husserl e da altri fenomenologi, come per esempio Edith Stein. Senza pregiudicare i pregi e l’ampiezza di vedute della fenomenologia, ci sembra un po’ riduttivo ritenere che l’atteggiamento filosofico in generale si identifichi con la prospettiva fenomenologica, poiché quest’ultima richiede l’applicazione metodica della riduzione fenomenologica (epoché) alle esperienze da analizzare; vale a dire, la sospensione del giudizio sull’esistenza trascendente degli oggetti che si svelano alla coscienza. Mi sembra che facendo ciò si sottragga il terreno alle analisi di una metafisica che tenti di andare al di là dell’«ens ut verum», finendo con il privilegiare l’approccio essenzialistico all’ontologia. FRANCISCO FERNÁNDEZ LABASTIDA