Risorse Bibliografiche

LE BRETON David, Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. XXI + 494.

fascicolo II, volume 18 (2009), pp. 440-441.
Schede bibliografiche

LE BRETON David, Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. XXI + 494.

 

Se dovessi utilizzare una metafora per descrivere questo libro, direi che si tratta di una miniera. Lo è dal punto di vista dell’autore (docente di sociologia all’Università di Strasburgo), che ha scavato profondi cunicoli nella complessa materia del mondo dei sensi e ha così portato alla luce tanti elementi preziosi che non possono essere colti da uno sguardo in superficie; lo è dal punto di vista del lettore, che viene guidato in un’esplorazione che lo arricchisce e gli fa scoprire con stupore ciò che racchiude la sua umanità. La metafora della miniera regge anche per altri due motivi: in primo luogo, la lettura di queste pagine è avvincente come quella di un romanzo di avventure in un paese sconosciuto; in secondo luogo, si nota in qualche punto una certa ripetitività (in un caso, un po’ troppo palese: cfr. le pp. 96, 109 e 118), ma si comprende che un esploratore debba raccogliere e catalogare anche i ritrovati molto simili tra loro. 

Le Breton studia da parecchi anni l’antropologia del corpo e gli argomenti affrontati in queste pagine ne sono un logico sviluppo, coltivato a lungo per circa tre lustri. La ricerca è strutturata seguendo la suddivisione classica dei cinque sensi: vista, udito, tatto, odorato e gusto. Nell’esaminare come è esercitata ciascuna attività sensoriale, la tesi di fondo è che ogni senso viene modellato culturalmente e ogni società definisce la propria organizzazione sensoriale: se la cultura occidentale ha conosciuto il crescente primato della vista, in epoche o culture diverse non avviene così e, ad esempio, nelle civiltà rurali ha tradizionalmente dominato l’ascolto, il tramandato. Ma soprattutto è il contesto educativo e culturale a farci classificare e riconoscere gli stimoli sensoriali: così cogliamo ciò che è piacevole o dannoso, riprovevole o accettato, significativo o superfluo… Operiamo un continuo vaglio degli stimoli sensoriali che ci attraversano, giacché «l’uomo non è un organismo biologico ma una creatura del senso. […] L’esistenza individuale invita a trascurare una profusione di dati sensoriali, affinché la vita riesca meno difficile» (p. 5).

Per chi si occupa di antropologia filosofica, come me, il libro è oltremodo stimolante ed è inevitabile prestare una particolare attenzione a certe affermazioni di tipo filosofico che appaiono un po’ troppo generalizzanti. Mi riferisco, ad esempio, alla tesi che «le cose non esistono in sé, sono sempre investite da uno sguardo» (p. XV), oppure «le cose divengono reali solo una volta entrate nel registro del linguaggio» (p. 9). Sarebbe facile osservare che, invece, proprio perché ho dinanzi a me la realtà posso investirla di uno sguardo o posso attribuirle un nome; è molto più esatto sostenere –come l’autore stesso fa: cfr. p. 1– che il mondo percettivo di ciascuna popolazione (siano essi gli aivilik, i senegalesi o gli hausa) è diverso da quello di un’altra. Ma queste tesi sono enunciate solo nelle prime pagine e in quelle finali, e dovrebbe essere facile inquadrarle adeguatamente.

Le Breton attinge per le sue riflessioni a diversi ambiti scientifici: in primo luogo l’etnologia e l’antropologia culturale, ma anche la sociologia, la fisiologia, l’analisi del linguaggio ordinario, la psichiatria, le neuroscienze e la letteratura. Nelle varie carrellate sugli usi e costumi di ogni epoca e cultura è inevitabile addentrarsi talvolta in ciò che alla nostra sensibilità può apparire divertente, grottesco, macabro o scabroso, ma ciò è un invito a non restare confinati entro gli schemi del proprio contesto culturale.

Particolarmente ben riuscite sono le pagine iniziali di ciascuno dei nove capitoli, nelle quali viene offerto uno sguardo d’insieme sull’universo percettivo di ogni senso o di una sua modalità. Dal punto di vista editoriale, devo osservare che mi è sembrata infelice la scelta di non inserire un indice dettagliato (con i titoletti dei vari paragrafi) ma solo un indice con i titoli e le pagine dei capitoli: trattandosi di un libro voluminoso e molto variegato, non è facile poi ritornare sui singoli argomenti; per fortuna, c’è almeno un indice dei nomi.

Anche se l’ambito dell’attività di ciascun senso è esaminato separatamente, Le Breton non si stanca di far notare, con puntali riscontri, che i nostri sensi intervengono sempre nella loro totalità e non possono essere mai isolati (cfr. pp. 36-37): ciò è fin troppo evidente, ad esempio, nel legame tra la vista, l’odorato e il gusto, o tra la vista e il tatto. Pertanto, si può rilevare che il libro contribuisce a rafforzare una visione integrale della persona umana, al riparo da riduzionismi. Oltre a mettere in luce il legame tra intelligenza e percezione sensoriale, è ben illustrato il rapporto tra sensibilità e affettività:  al riguardo sono particolarmente efficaci gli esempi del nesso tra udito e sfera affettiva (con i casi del risveglio dal coma o dal sonno profondo: cfr. p. 109) oppure tra il gusto o la vista e l’umore (cfr. pp. 75 e 396).

Spero di aver reso l’idea che si tratta di un saggio ricchissimo di spunti, che apre numerose prospettive di ricerca e induce a non smettere di stupirci dinanzi all’essere umano e alla multiformità del mondo in cui viviamo.

 

Francesco Russo