Risorse Bibliografiche

BERGSON Henri, Il pensiero e il movente. Saggi e conferenzea cura di G. Perrotti, Leo S. Olschki, Firenze 2001, pp. 171.

fascicolo I, volume 11 (2002), pp. 172-173.
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BERGSON Henri, Il pensiero e il movente. Saggi e conferenzea cura di G. Perrotti, Leo S. Olschki, Firenze 2001, pp. 171.

Con il titolo La pensée et le mouvant, vide la luce nel 1934 una raccolta di testi di Henri Bergson scritti tra il 1903 e il 1923 e articolata in tre parti. La prima, costituita da una sorta di discorso sul metodo, L’Introduzione, è suddivisa in due parti; la seconda comprende i saggi Il possibile e il reale, L’intuizione filosofica, La percezione del mutamento, Introduzione alla metafisica. La terza è dedicata a tre pensatori: C. Bernard, W. James, F. Ravaisson. La raccolta, già tradotta parzialmente in italiano, viene ora presentata integralmente, ad esclusione della terza parte, in una traduzione curata da Gabriele Perrotti, che vi ha premesso anche un’ampia introduzione seguita da un’accurata bibliografia. Il curatore mette in evidenza l’importanza dei saggi bergsoniani, in particolare dell’Introduzione, scritta da Bergson nel 1922 e integrata successivamente nel 1934. Nelle due parti del saggio, infatti, Bergson fornisce le chiavi di lettura del suo pensiero, che intende costituire come una filosofia dotata dello stesso rigore e della stessa precisione di quelle scienze della vita, che in quegli anni venivano considerate il modello del sapere scientifico. In questo proposito si può rintracciare l’impronta dell’esigenza cartesiana di un’evidenza originaria e originante che è possibile riconoscere anche in altri filosofi del XX secolo, come, ad esempio, Husserl e Whitehead.Perrotti sottolinea come il vero punto di svolta di queste filosofie sia la nozione di tempo, di mutamento, considerata come un dato immediato da cui partire per la comprensione di ogni realtà. È l’intento di aderire al movimento stesso della realtà, assicurando il rigore e la precisione della conoscenza, a indurre Bergson a ricercare una via d’accesso alle cose che non sia quella analitica dell’uso dei concetti, bensì quella dell’intuizione immediata. Questa visione della vita e della storia alla quale approdano tanti pensatori, nella sua imprevedibilità e fluidità, sembrerebbe in antitesi con quella ottimistica prodotta dalla precedente rivoluzione scientifica, dove il panorama risultava rassicurante, perché il futuro era nelle mani dell’uomo, ormai padrone del proprio destino grazie alla scienza e dove l’ordine del mondo “non aveva più bisogno dell’ipotesi Dio”, per parafrasare un’espressione di uno scienziato del tempo. Secondo Perrotti vi è un motivo fondamentale per cui gran parte della filosofia, dal XIX secolo in poi, si sia concentrata in questi termini sul problema del tempo. Esso è costituito dalle influenze reciproche tra scienza e filosofia, per cui, da una parte, il pensiero filosofico, con la nozione di accelerazione temporale introdotta nella storia da Kant, va elaborando l’idea di un tempo umano lineare, non più modellato sui ritmi di quello naturale e rivolto nella direzione di un termine teleologico; dall’altra, la scienza approda, con il secondo principio della termodinamica, alla considerazione di un tempo irreversibile, molto vicino all’idea bergsoniana di durata. La scienza interagisce con la filosofia anche su un altro punto: perché la nuova fisica sembrerebbe mettere in crisi il vecchio rapporto aristotelico tra sostanza e attributo, tramite il concetto di campo elettromagnetico, che andrebbe a sostituire quello di materia. Se la fisica, dunque, non si occupa più di oggetti, ma di eventi, la conseguenza filosofica è che tutta la realtà sostanziale, sia essa soggetto o oggetto, si risolverebbe in un evento o processo, dove l’universo si configurerebbe come un insieme di centri di energia. Molto opportunamente, Perrotti si chiede come mai l’esito della visione bergsoniana della realtà, dove tutto è movimento incessante e divenire imprevedibile, non sia né il pessimismo né la riconsegna dell’uomo all’irrazionale, ma anzi rappresenti la condizione di una gioia esistenziale profonda e trasformante. La risposta sarebbe contenuta proprio nella nozione bergsoniana di intuizione, che rappresenta l’essenza stessa della filosofia: filosofare consiste nello scoprire un mondo invisibile, che si svela a noi grazie a un dilatamento della percezione prodotto dall’intuizione. È questa percezione allargata che ci consentirebbe di stupirci e di gioire della vita, della novità con cui essa ci viene incontro; l’adesione alla mobilità del reale sarebbe dunque il segreto per accedere ad un’esistenza più piena e più autentica. A questa conclusione si può forse aggiungere, a ulteriore chiarimento del pensiero bergsoniano, un cenno al rapporto, potremmo dire, di continuità e di rottura che Bergson mantiene con la scienza della sua epoca. Pur in profonda sintonia con i dibattiti scientifici del momento, egli è anche molto critico nei confronti di certe conclusioni, per la sua difesa di un orizzonte metafisico che unifichi le conclusioni delle scienze e per la sua convinzione che è possibile accedere alla verità delle cose. Ciò che risulta solo implicito nelle considerazioni di Perrotti è un elemento essenziale: che la chiave di volta della filosofia di Bergson rimane la realtà dello spirito; è questo l’oggetto proprio dell’intuizione, mentre la percezione verte sulla realtà materiale. Dall’intuizione della durata, che è la dimensione essenziale della vita dello spirito, si può risalire, al limite estremo verso l’alto, alla durata assoluta dell’eternità di vita. Solo in tal modo l’esperienza del divenire si colloca in una dimensione metafisica e, attraverso questo passaggio, come aggiungerà lo stesso Bergson in una nota del ‘34, essa potrà anche ricollegarsi all’esperienza mistica. MARIA TERESA RUSSO