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LIVI Antonio, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Leonardo da Vinci, Roma 2010, nuova edizione interamente elaborata, pp. 210.

fascicolo I, volume 21 (2012), pp. 196-199.
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LIVI Antonio, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Leonardo da Vinci, Roma 2010, nuova edizione interamente elaborata, pp. 210.

 

Questa nuova edizione della Filosofia del senso comune (la prima risale al 1990) presenta in maniera sistematica e approfondita la tesi di Antonio Livi sul ruolo fondamentale del senso comune nel sapere filosofico. Siamo davanti a un’opera della maturità in cui l’autore, dopo anni di dibattiti, di docenza, di scambi di opinione, ma anche di critiche, riesce ad esporre con chiarezza logica ed espositiva la tematica del senso comune, “nucleo forte” del sapere e anello di congiunzione tra la conoscenza ordinaria e la filosofia scientifica.

Esporre il contenuto e la forma logica del senso comune significa esplicitare la conoscenza metafisica esistenziale di base della persona tramite una riflessione critica e un’argomentazione dimostrativa, compito proprio della filosofia intesa non come sapere “spontaneo” ma come una scienza rigorosa e superiore alle scienze particolari. La filosofia si colloca in questo modo, per esprimerci in termini classici, tra l’intellectus e la ratio, in quanto cerca di sviscerare i contenuti dell’intellectus tramite la metodologia razionale caratteristica della filosofia. Il livello epistemologico di questo trattato, secondo la terminologia di Livi, è la “logica aletica”, cioè una logica gnoseologica previa alla logica formale, capace di collegare il senso comune con la metafisica. La logica aletica offre a quest’ultima il nucleo teoretico fondamentale con cui si può procedere ad esaminare le diverse posizioni epistemologiche nonché a segnalare la struttura essenziale della conoscenza umana nel suo valore di verità.

Il primo capitolo considera i diversi significati del termine senso comune nella storia della filosofia. Talvolta esso venne utilizzato con un’accezione sociologica negativa e così fu ridotto ad una conoscenza pre-scientifica vaga e popolare. Nel campo della filosofia della mente, ad esempio, Patricia Churchland parla di Folkpsychology per riferirsi alla visione psicologica comune, di scarso valore e previa al sapere neuroscientifico. Quest’ultimo verrebbe a sostituire e ad eliminare la psicologia popolare (“eliminativismo”), così come la credenza fenomenica del tramonto del sole venne scavalcata dalla fisica. In altre versioni negative ancor più radicali il senso comune è interpretato come uno strumento al servizio di posizioni ideologiche.

Ci sono versioni anche positive ma minimaliste del senso comune, qualora lo si veda come semplice “buon senso” di valore pratico, senza rilevanza teoretica, o come una sorta di “intuizione” o “inclinazione” estetica o morale comune a tutti gli uomini. Più vicine alla posizione di Livi sono le idee dei “filosofi del senso comune”, quali Pascal, Buffier, Vico, Reid, Jacobi, Hamilton, Balmes, Searle e altri, i quali hanno interpretato il senso comune come un’intuizione valida della realtà esistenziale e come una piattaforma fondante delle verità metafisiche, morali e religiose.

La tesi di Livi è che il senso comune è un insieme organico di evidenze primarie appartenenti all’esperienza originaria e metafisica di ogni persona umana, sempre presente almeno in modo implicito, a titolo di presupposto fortissimo, anzi non eliminabile, di ogni altra forma di sapere derivato, mediato oppure immediato ma più particolare. Ritengo che l’enciclica del beato Giovanni Paolo II Fides et ratio nel suo n. 4 (parte finale) contenga un cenno esplicito al senso comune, denominato in questo documento “filosofia implicita”. Mi pare importante che per Livi il senso comune non sia una “lista” di assiomi primari, bensì un’unità organica (non un “sistema”), nel senso che ogni conoscenza dell’esperienza ontologica primaria (sul mondo, su me stesso, sui rapporti sociali, ecc.) è sempre in collegamento con altre conoscenze dello stesso tipo e costituisce in definitiva un’esperienza vitale unitaria e flessibile, al punto che ogni tentativo di separazione di una verità del senso comune rispetto alle altre (ad esempio, separare l’io dal mondo, la morale dalla realtà esistenziale, la persona dalla vita, ecc.) porta al suo snaturamento e genera un’infinità di pseudo-problemi metafisici.

Le conoscenze intellettive di base, ben più ampie dei “primi principi” aristotelici, costituiscono il fondamento ontologico veritativo di ogni sapere, in maniera direi parallela alla funzione che Aristotele assegnava al principio di non contraddizione, ma allargata ad altre conoscenze primarie, soprattutto di carattere esistenziale, quali l’esistenza del mondo, degli altri, del proprio soggetto, della causalità, della moralità, perfino di Dio. Proprio queste conoscenze esistenziali forniscono la base di esperienza per l’induzione dei primi principi universali sia nell’ordine teoretico che pratico.

Le conoscenze del senso comune sono “indicative”, secondo Livi, in quanto segnalano una realtà indubitabile (un est: esiste la causalità, esiste la libertà, esiste la comunicazione con gli altri), ma non ne chiariscono l’essenza, intesa in senso ampio: ad esempio quando comprendiamo perfettamente il senso veritativo e incontrovertibile di “io sono”, senza disporre di una teoria, anzi nemmeno di una concettualizzazione riflessa relativa a che cosa sia l’io oppure il “sono” della certezza ego sum. Operare tale concettualizzazione o proporne almeno una chiarificazione concettuale è compito della filosofia ed è ciò che di fatto fanno i filosofi pur con risultati diversi.

Il senso comune viene perciò a costituire una sorta di nocciolo duro e di criterio di verifica della validità di ogni filosofia, dal momento che una teoria filosofica (ma anche una scienza particolare) che intendesse proporre una “nuova versione del senso comune” in contrasto con l’esperienza originaria –ad esempio, una filosofia o una scienza che intendesse “spiegarci” che non siamo liberi – sarebbe ipso facto invalidata proprio a causa di tale contrasto (sarebbe invalidata anche in modo “vissuto”: nessuno ci crederebbe seriamente, nemmeno i sostenitori di tale posizione). Il senso comune originario quindi è come il termine di una reductio all’indietro da parte del sapere filosofico. La filosofia ovviamente va oltre il senso comune, ma non può mai separarsene. Ogni sua direzione razionale verso una più profonda comprensione della realtà (la sapienza o la razionalità filosofica) va fatta sempre secondo le indicazioni intenzionali dell’esperienza originaria, la quale può essere tradita dai filosofi, ma non eliminata.

Volendo fare un paragone con la visione aristotelico-tomistica delle virtù intellettuali fondamentali (intellectus principiorum, sapienza, scienza, prudenza e arte), direi che gli elementi del senso comune, come vengono esposti da Livi, non si limitano all’intellectus teoretico e pratico (pratico nel senso della sinderesi di San Tommaso), ma coprono anche la sapienza, non però necessariamente la sapientia philosophorum, bensì un minimo fortissimo di sapienza metafisica inerente ad ogni persona umana proprio in quanto soggetto intelligente e volontario.

Per questo motivo Livi include la conoscenza dell’esistenza di Dio nel senso comune, senza perciò cadere nell’ontologismo. Non perché Dio sia evidente alla nostra ragione, ma perché la percezione mediata e razionale di Dio, tramite l’esperienza delle cose del mondo, è naturale ad ogni uomo in quanto entra nell’ambito delle conoscenze primarie dell’esercizio naturale della ratio. La XI sessione plenaria della Pontificia Accademia di San Tommaso (giugno del 2011) è stata dedicata precisamente all’approfondimento della inclinatio naturalis verso la conoscenza della verità di Dio affermata da Tommaso d’Aquino in S. Th., I-II, q. 94, a. 2.

Il secondo capitolo considera le caratteristiche gnoseologiche del senso comune e ne sviluppa il contenuto sommario in cinque punti, il primo riferito all’esistenza delle cose del mondo, il secondo riguardo all’esistenza del proprio soggetto, il terzo in rapporto all’esistenza di altre persone, il quarto in relazione alla moralità, il quinto infine in rapporto a Dio. Livi precisa che la conoscenza di queste realtà è previa ad ogni oggettivazione, anzi alcuni referenti intenzionali del senso comune non sono “oggetti”, quindi non possono essere compresi in una vera e propria “oggettivazione” (ad esempio, l’essere, l’io, Dio).

A mio parere in questa sezione potrebbero essere messi più in risalto due principi fondamentali, quello di non contraddizione e quello di causalità. Il primo governa in maniera assoluta ogni forma di pensiero razionale, esigendo la coerenza, mentre il secondo spinge verso il passaggio dai fenomeni alle cause, tenendo conto della varietà di sensi del concetto di causa. Ratio e causalità sono gli assi portanti della nostra conoscenza mediata, in quanto la ragione parte dall’immediato e procede verso la risoluzione nei principi secondo le esigenze della causalità. Questo punto non è puramente speculativo, ma incide profondamente sulla vita umana intesa come un “dramma esistenziale” (e personale) che tende a risolvere il problema del senso della mia esistenza nel mondo.

Il terzo capitolo si occupa della dimostrazione delle certezze del senso comune. In quanto conoscenze immediate, esse non sono dimostrabili, poiché ovviamente non ci sono premesse o conoscenze previe, se è vero che quelle certezze costituiscono i presupposti di ogni conoscenza. Ma secondo l’autore possiamo e dobbiamo tentare di “dimostrarle” nell’ambito della logica aletica con un procedimento a ritroso che porta ad evidenziare fino a che punto le certezze primarie sono i presupposti ultimi di qualsiasi conoscenza, anche di qualsiasi azione razionale compiuta consapevolmente.

In altre parole, occorre presentare una “motivazione” dell’espressione linguistica dei princìpi di senso comune. Tale motivazione si trova nei presupposti impliciti nell’esperienza originaria, il che comporta il compimento di una forma di induzione eseguita a partire dall’enunciato di senso comune, preso come se fosse un’ipotesi, portato però al livello della riflessione razionale. L’esperienza sostiene dunque il senso e la verità dell’affermazione di senso comune e della sua dimostrazione, la quale consiste, quindi, in una sorta di riflessione sulla verità “giudicata” (espressa in forma di giudizio) e riferita a ritroso all’esperienza originaria.

Il procedimento dimostrativo invocato da Livi introduce un elemento di razionalità non per fondare ciò che è evidente, ma piuttosto per fare un passo “indietro”, direi, il quale dal giudizio riflessivo sui princìpi, preso come materia da discutere, procede verso l’immediatezza cognitiva, proprio per renderla più consapevole. Un caso speciale è invece la dimostrazione dell’esistenza di Dio come verità di senso comune, dove entra in gioco il principio di causalità trascendentale.

 La dimostrazione, elemento metodologico della logica aletica, è in qualche modo un procedimento “dialettico” simile alla dialettica impiegata da Aristotele per la discussione dei grandi principi. Tale metodologia si può adoperare, come Livi fa in questo studio, per meglio evidenziare i contenuti del senso comune, ma anche per mostrare l’auto-contraddizione di chi li nega a parole, oppure per portare alla luce la petizione di principio di chi pretende di dimostrarli scientificamente.

Dal momento che la dimostrazione delle verità di senso comune si colloca sul piano della ratio, sembra opportuno il riferimento al livello sopra-razionale dell’intellectus, nel quale si compie la percezione ontologica abituale –cioè non intermittente, ma continua mentre si pensa o si vive in modo consapevole– dell’essere del mondo, delle operazioni del pensiero e della luce intellettiva da cui procedono i pensieri, il che in fin dei conti rimanda alla persona in quanto soggetto conoscente. Questo livello (intellectus) corrisponde al senso comune nella sua condizione gnoseologica di abito cognitivo prelinguistico, pre-oggettivo e pre-razionale, una dimensione in cui non si compiono ancora operazioni (concetti, giudizi, ragionamenti), nella quale però si trova la radice stessa che rende possibile tute le operazioni mentali. In questo senso direi che, al di sopra della verità del giudizio, esiste una verità gnoseologica pre-operativa, la quale consiste nel sapere abituale del soggetto conoscente in quanto conosce la verità dell’essere, in quanto cioè si trova intenzionalmente nel mondo con un adeguamento veritativo previo ad ogni operazione. Questa sarebbe una versione più alta della verità in rapporto al semplice adeguamento proporzionato del giudizio inteso come operazione mentale riferita alla realtà dei fatti.

Il quarto e ultimo capitolo affronta il ruolo di fondamento delle verità del senso comune in rapporto alla conoscenza mediata di fede per via di testimonianza, nonché in relazione al sapere scientifico di tipo inferenziale, pure esso mediato. L’esperienza originaria rende naturale e ragionevole credere nella testimonianza degli altri, ovviamente con le dovute condizioni, a causa dei limiti della conoscenza diretta e della simmetria gnoseologica –riguardo alla verità– di ogni soggetto nei confronti degli altri. Credere è un atto cognitivo mediato, ma la credibilità altrui è un’evidenza primaria basata sulla condizione comunicativa esistente tra gli uomini. Riguardo alla conoscenza scientifica, infine, Livi ne rileva il limite critico, in particolare il carattere derivato del sapere mediato in quanto sempre fondato sui presupposti del senso comune.

Il libro di Antonio Livi è rigoroso e merita un’attenta considerazione. La sua tesi va alla radice della filosofia della conoscenza e consente di evitare le complicazioni artificiali che nascono dal tentativo di sorvolare la condizione gnoseologica primaria della persona umana. Ritengo che la tematica esposta possa essere applicata ulteriormente alle inclinazioni e alla volontà umana, dove esiste pure una sorta di “senso comune” che porta ad amare naturalmente e nel modo giusto tutto quanto l’esperienza ontologica primaria ci svela come consistente e quindi come amabile (amore del mondo, di se stessi, degli altri, di Dio). Questo libro è importante per studiosi ma anche per quanti cominciano a percorrere la strada della verità nel campo filosofico o scientifico.

 

Juan José Sanguineti