Risorse Bibliografiche

PAREYSON Luigi, Estetica dell’idealismo tedesco. III. Goethe e Schelling, a cura di Marco Ravera, Mursia, Milano 2003, pp. 391.

fascicolo II, volume 15 (2006), pp. 377-378.
Schede bibliografiche

PAREYSON Luigi, Estetica dell’idealismo tedesco. III. Goethe e Schelling, a cura di Marco Ravera, Mursia, Milano 2003, pp. 391.

 

 

Marco Ravera ha curato questo nuovo volume delle “Opere complete” di Luigi Pareyson, che riunisce alcuni testi di estetica risalenti al periodo che va dal 1956 al 1977. Quasi tutti erano originariamente le dispense per i corsi universitari tenuti da Pareyson a Torino, sicché, come in altri suoi scritti simili, spiccano la linearità e la chiarezza dell’esposizione.

La parte dedicata a Goethe è senz’altro preponderante rispetto a quella incentrata su Schelling; essa va letta in continuità con altri saggi sullo stesso autore raccolti nel volume Problemi dell’estetica. II. Storia (Mursia, Milano 2000). Nei presenti saggi Pareyson si sofferma, tra l’altro, a illustrare che nella visione goethiana della natura sono inscindibili l’esperienza poetica, quella scientifica e quella filosofica; la sua estetica è un esempio classico di stretto e reciproco rapporto tra poesia e pensiero.

Dal goethiano sentimento poetico della natura, che si traduce nella percezione di essere nel tutto e di avere il tutto in sé, derivano il gusto per la naturalezza e la spontaneità, e la concezione del genio come natura. Ma Pareyson non manca di mettere in risalto anche il Goethe dedito alla conoscenza scientifica della natura, con una comprensibile avversione per una concezione esclusivamente materialistica dei dinamismi naturali. Vengono, inoltre, esaminati gli influssi filosofici subiti da Goethe, tra cui Giordano Bruno e Spinoza, che sta alla base del peculiare panteismo goethiano: Dio è la natura nella sua infinità e totalità, anche se l’autore del Viaggio in Italia, non accetta il tendenziale acosmismo spinoziano, che ridurrebbe tutte le cose a meri epifenomeni della divinità (cfr. p. 182).

La teoria goethiana del genio appare abbastanza equilibrata, giacché il distacco dall’imitazione e dalle regole per esaltare la creatività e la spontaneità, è mitigato dal fatto che queste ultime sono orientate dall’esercizio e dalla tecnica (cfr. p. 195). Spicca l’idea, che ha tanti legami con l’estetica pareysoniana, dell’organicità dell’arte, ovvero dell’opera d’arte come un tutto (cfr. pp. 73, 191). Secondo Goethe, ben interpretato da Pareyson, «l’artista è veramente creatore, perché produce forme e organismi come la natura: la sua attività è ontologicamente creatrice, è una vera e propria instaurazione metafisica. L’artista è originale non soltanto perché esprime la propria irripetibile personalità, ma anche perché crea nuove forme, produce nuovi mondi, innova l’universo, aumenta la realtà» (pp. 75-76). C’è, in effetti, una formatività dell’arte ma anche una formatività della natura, che agisce secondo leggi eterne e immutabili (cfr. pp. 170-171).

Goethe ha raggiunto la nozione di oggettività del sentimento: l’artista non è creatore perché segue l’impeto disordinato del sentimento, ma perché ha saputo impadronirsi della legislazione eterna della natura e trasportarla nell’arte (cfr. p. 201). L’arte è ordine: questo nuovo modo di vedere la natura giunge a maturazione nel suo viaggio in Italia (cfr. p. 205), che segna «il passaggio definitivo da una visione soggettivistica e passionale a una visione oggettiva e serena della realtà» (p. 231). In continuità con ciò, secondo Goethe la verità dell’arte non è né riproduzione fotografica né ricerca della somiglianza come vuole lo spettatore volgare, ma è la radice umana e reale dell’arte (cfr. p. 253).

Nella parte dedicata a Schelling, viene spiegato che per il filosofo tedesco l’attività estetica è intesa come mediatrice fra la teoria e la pratica, come il punto di unione della produttività della natura e della produttività dello spirito (cfr. p. 270): «l’arte ha nello spirito il posto che l’organismo ha nella natura» (p. 303), nel senso che essa è sviluppo e culmine della vita dello spirito.

Sono esaminate a fondo le condizioni per elaborare una filosofia dell’arte (cfr. pp. 294 ss.) e i problemi del rapporto tra arte e filosofia, tra cui i rapporti tra bellezza e verità, tra verità relativa e verità assoluta. Secondo Schelling, mentre l’artista tende a produrre cose belle e non il bello in sé, il filosofo cerca di conoscere la verità e la bellezza in sé e per sé, e non solo il singolo vero o il singolo bello (cfr. p. 289).

Anche qui troviamo una teoria del genio, nel quale si uniscono libertà e necessità, conscio e inconscio. È per questi requisiti che il prodotto artistico possiede e manifesta infinità, serenità, bellezza (cfr. p. 276). Molto interessante, inoltre, la teoria sulla mitologia – comprendente la triade “simbolo schema allegoria” – intesa come materia dell’arte (cfr. pp. 310 ss.). Al riguardo, Schelling analizza il rapporto tra poesia classica e poesia cristiana, illustrando l’influsso di cattolicesimo, protestantesimo e illuminismo sull’arte poetica: vi si trovano affermazioni per certi versi sorprendenti in un filosofo protestante (cfr. p. 328).

Ultimo saggio del volume (ultimo anche in ordine cronologico) è quello sull’estetica musicale di Schelling, che indica un campo d’indagine davvero  stimolante. C’è da essere grati al “Centro Studi Filosofico-religiosi Luigi Pareyson” per il progetto editoriale delle “Opere complete”; suggerirei solo ai curatori di aggiungere nel risvolto di copertina, in cui compare il piano dell’opera, quali volumi della collana sono stati già pubblicati, in modo da fornire un’utile informazione ai lettori.

 

Francesco Russo