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MELCHIORRE Virgilio, Essere persona. Natura e struttura, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano-Novara 2007, pp. 288.

fascicolo I, volume 18 (2009), pp. 183-185.
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MELCHIORRE Virgilio, Essere persona. Natura e struttura, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano-Novara 2007, pp. 288.

 

Il personalismo è stato, alla fine del secondo conflitto mondiale, la felice occasione per una presenza culturale del pensiero cattolico in un mondo in cui l’ideologia nazista finiva in un tragico tramonto di stragi e l’incombente ideologia marxista - un marxismo al potere - sembrava monopolizzare le istanze di liberazione sociale e politica. Se consideriamo la rapida, quasi vertiginosa vicenda di quel “secolo breve” che fu il XX secolo, si impone una riflessione rigorosa, un pensare fino in fondo la caduta di senso che oggi è sottesa alle più audaci realizzazioni tecniche, “piccoli miti compensatori” osservava già decenni fa Maurice Merleau-Ponty, che non colmano il vuoto che discende “dall’uso tutto profano della vita”.

Opportuno giunge, di fronte a queste situazioni limite, il presente volume di Virgilio Melchiorre, che del personalismo fa un puntuale bilancio storiografico e speculativo. L’uscita del libro costituisce un fatto culturale notevole, sia per la ricchezza di informazioni che coprono l’ambito del personalismo europeo, in particolare la Francia e l’Italia, ma pure la Germania, sia per l’elaborazione di prospettive teoretiche intorno alla nozione di persona e di comunità di persone. La pluralità degli Autori e delle correnti documenta un fiorire di movimenti etico-politici e di relative posizioni speculative, e ciò rende difficile una classificazione unitaria. Utile quindi, oltre all’ampia parte storiografica, un puntuale glossario del linguaggio personalistico nelle sue varie accezioni.

Nell’impossibilità di indicare un profilo unitario facciamo riferimento ad un capitolo centrale del libro, il V della prima parte, Ripresa e passaggio, ove Melchiorre traccia una sintesi della sua riflessione sul personalismo, o meglio sull’idea di persona, il modo di concepirla dopo l’esperienza storica che ci divide dal celebre manifesto di Emmanuel Mounier (Refaire la Renaissance, in Révolution personnaliste  et communautaire, Oeuvres de Mounier, vol. I, Seuil, Paris 1961, pp. 137-174). La persona è vista da un lato come il luogo della dinamica interiore, che avvolge nella singolarità unificante della coscienza la pluralità del reale; il titolo stesso del volume Essere persona rivela il carattere ontologico e quindi metafisico della realtà personale, dell’universo della intensa personalizzazione della realtà e del vissuto. A me ricorda il celebre enunciato di Stefanini: «L’essere è personale e tutto ciò che non è personale nell’essere rientra nella produttività della persona, come mezzo di manifestazione della persona e di comunicazione tra le persone» (Personalismo sociale, Studium, Roma 1952, p. 11). Dall’altro, la persona è relazione interpersonale. E qui Melchiorre esprime in forme e in linguaggi nuovi il personalismo comunitario, la  sua “rivoluzione” ideale, ma calata nel pieno del vissuto intersoggettivo: una traduzione in termini ontologici personalistici di quella ampia e costante attenzione di Melchiorre alle più significative espressioni della riflessione contemporanea successiva ad «Esprit»; un ripensamento in termini personalistici della più diversa, originale e anche radicale filosofia della seconda metà del secolo scorso, tra decostruzione e nostalgia del senso perduto.

I termini del titolo del capitolo sono “ripresa” e “passaggio”. Si tratta della ripresa del programma di Emmanuel Mounier e del passaggio alle accennate tematiche della riflessione filosofica più recente, ma anche un ritorno alle fonti classiche: Melchiorre allude al Simposio platonico ed io alluderei con Stefanini a quel “vivere assieme ai problemi” della Lettera VII di Platone e alla funzione maieutica, simbolica della parola. Il “passaggio” è compiuto nel segno di un parlare come “struttura originaria”. Il linguaggio è comunicazione, sguardo sull’altro e dell’altro, inscrizione della persona nella concretezza del vissuto come pensiero e corporeità propria. Una fenomenologia che richiama anche Marcel, soprattutto nell’autotrascendimento della persona verso una “parola che ci precede e ci fonda”, per usare la suggestiva espressione di Paul Ricoeur, che di Marcel, e di Jaspers, fu discepolo. Forse una sintesi del discorso si potrebbe cogliere nel concetto di persona come “prospettiva” e come “maschera”. L’irripetibile singolarità della persona è sempre prospettica, “prospettiva finita”, ma anche “apertura sull’infinito”. In quanto prospettiva è anche maschera, sia perché prósopon (il termine greco di persona) è lo sguardo che si proietta in avanti, sia per le ombre in cui l’uomo occultato dalla maschera può nascondere la sua identità.

La breve ma incisiva conclusione del volume non si allontana dal programma dell’ultimo capitolo della prima parte, il V, su cui ci siamo soffermati. Melchiorre a completamento della sua concezione della persona si confronta con la “legge della posizione utopica” di Plessner (l’uomo si troverebbe inserito nella realtà in posizione eccentrica, perché aderente ad un contesto immanente ed allo stesso tempo rivolto ad un suo costante trascendimento) e coglie il più proprio della persona nello sguardo in avanti (prósopon) da un lato, nella ambiguità della maschera dall’altro. La persona che si sporge come esistente nell’ampio grembo dell’essere si definisce inoltre in forma analoga attraverso il suo compito, che può essere mutuato anche dall’originaria narrazione biblica sulla creazione dell’uomo: immagine di Dio per struttura ontologica, somiglianza a Dio per audace, arduo compito personale ed intersoggettivo.

Nell’illustrare il primo personalismo italiano, quello di Luigi Stefanini, professore a Padova negli anni centrali del secolo scorso, Melchiorre ha la bontà di introdurre nel testo il paragrafo Un’eredità non spenta: Armando Rigobello. In realtà, io ho l’opinione che il personalismo vero e proprio abbia in parte esaurito il suo compito e condivido sostanzialmente la celebre affermazione di Ricoeur “muore il personalismo, ritorna la persona”. Ma in fondo poi mi accorgo di non dissentire sostanzialmente da Virgilio Melchiorre, poiché sono le idee che valgono non le appartenenze di scuola. Maturato all’inizio in seno alla cultura italiana e francese, ho poi cercato, dopo l’immatura morte di Luigi Stefanini, maestro indimenticabile e non dimenticato, di dare spazio ad una “eredità non spenta”, come ben dice Melchiorre. La mia ricerca successiva si orienterà sempre più sul pensiero classico tedesco, in particolare su Kant, in modo ancor più specifico sulla decisiva ed ambigua nozione di trascendentale. La mia posizione si può riassumere nel titolo di un paragrafo del mio più recente lavoro, che risale agli ultimi mesi dello scorso anno: L’apriori ermeneutico, trascendentale nella struttura, personale nell’esercizio. Il lavoro accennato è L’apriori ermeneutico. Domanda di senso e condizione umana (Rubbettino, Soveria Mannelli 2007). L’interpretazione è elemento qualificante l’apertura prospettica della persona, struttura trascendentale ma operata da una richiesta di senso che, radicalizzata, cioè pensata fino in fondo ci dà la struttura ontologico-metafisica della persona umana: autenticità nella differenza, ulteriorità nella prossimità.

Si può concludere constatando come la persona (e il volume di Virgilio Melchiorre ne è una puntuale, pensosa, ampia testimonianza), costituisca un termine di essenziale riferimento per cogliere le suggestioni più originali delle varie proposte, anche le più avanzate, dell’antropologia contemporanea. Assumere la consapevolezza critica di ciò significa anche rimuovere i divieti a portare innanzi un pensiero di vigorosa apertura alla trascendenza. La complessità del vissuto, le prospettive ermeneutiche che ne illuminano le ombre e che ne esplicano riserve di senso, trovano nella persona un mobile orizzonte prospettico oltre il quale si avverte una presenza che “ci precede e ci supera”.

 

Armando Rigobello