Presentazione: prospettive per una filosofia della famiglia

Marco D'Avenia

Una serie di mutamenti sociali, storici e culturali sollecitano il filosofo a intraprendere una rigorosa riflessione sul tema classico della famiglia. Si tratta di fare i conti con una ridefinizione degli spazi sociali e relazionali, che hanno provocato lo sconvolgimento e la frammentazione di quei ruoli che in questo àmbito erano stati originariamente delimitati da Aristotele. La famiglia è oggi una relazione articolata (o meglio una costellazione di relazioni) inserita entro altre relazioni complesse; quest'interazione, interna ed esterna alla famiglia, ha cambiato in maniera significativa i ruoli precedentemente riconosciuti ai propri attori e di conseguenza i loro rapporti reciproci. È mutata la considerazione sociale e antropologica della donna, si è complicato il rapporto con il mercato, si sono spostati i confini tra ciò che è dentro e ciò che è fuori della famiglia; in sostanza, è cambiato il modo di essere in famiglia e il modo di essere fuori di essa; dinanzi al rischio di perdere i valori di cui la famiglia è stata storicamente portatrice, alcuni arrivano a pensare che sia opportuno "congelare" la struttura della comunità familiare tradizionale.

D'altra parte, questa mentalità da ritirata strategica, seppure temporanea, rischia di far perdere l'incidenza sociale della istituzione familiare; ma l'alternativa non è sempre priva di ostacoli: certe volte i ruoli imposti dalla società ai suoi componenti sembrerebbero costringere a rinunciare alla famiglia per poter vivere una vita normale, non schizofrenica (molta letteratura e cinematografia contemporanea ritrae entrambe le alternative e anche il dilemma della lacerazione dell'io, quando si vuole coniugare il dentro e il fuori). La modernità aveva già dovuto attuare a più riprese un ripensamento della relazione familiare, cercando di mantenere lo schema tradizionale, pur nel mutare delle situazioni sociali, politiche ed economiche. Al culmine della riflessione filosofica moderna, l'Hegel dell'Enciclopedia riusciva a salvare nel suo sistema l'essenza della relazione familiare rendendola condizione e parte integrante della costituzione dello Stato, e a questo Stato la ancorava saldamente; col risultato per la famiglia di perdere il proprio fondamento, una volta entrata in crisi la forma politica statale di riferimento. Di conseguenza, la famiglia parrebbe ridursi oggi a un contenuto relazionale vuoto che ospita al suo interno le forme più diverse di prossimità relazionale e affettiva, in qualche modo legate all'esercizio della sessualità, della riproduzione, di certi livelli e forme di educazione e di solidarietà. Alla cosiddetta "famiglia tradizionale" o "nucleare", basata sulla complementarietà sessuale, fondata sul matrimonio e orientata alla educazione dei figli e perciò legata alla successione delle generazioni, non viene riconosciuta nessuna differenza qualitativa rispetto ad altre forme di relazione interpersonale.

A complemento di questa realtà sociale, lo sviluppo rapidissimo delle tecniche di fecondazione artificiale e di ingegneria genetica (àmbito peraltro ancora tutto da mettere a fuoco) rende ancora più pressante la domanda su un'istituzione che è luogo di generazione fondato sulla complementarietà biologica: non è infatti più fisicamente necessario ricorrere alla sessualità umana per potere avere dei figli e con ciò verrebbero meno una serie di legami connessi a questa "necessità". Col vantaggio di potersi aprire a forme relazionali nuove, spontanee e più "leggere", indipendentemente dalle contingenze di genere, di età e magari di specie: insomma una relazione nella quale prevalga la libertà caratteristica dell'umano e siano eliminate le contingenze e imperfezioni del biologico, considerato come una sfera solo contingentemente legata all'umano.

La prospettiva con cui oggi si affronta il tema della famiglia segue spesso una falsariga precisa, che si può per sommi capi ricondurre alla combinazione di due tesi, una filosofica e l'altra empirica. Si sostiene da un lato che "non esiste nessuna società naturale" (e questo vale anche per la famiglia); si cerca allo stesso tempo di mostrare come di fatto la famiglia sia luogo che genera sottomissione, se non addirittura sfruttamento e perversità. Il tutto, magari, secondo ben precise e pilotate strategie. La combinazione della prima tesi filosofica con il secondo rilievo, di carattere empirico-fattuale, coincide con la riproposizione dell'antica tesi secondo la quale, quando si pretende di spacciare come natura la cultura tradizionale, si producono conseguenze nocive per la libertà e l'autonomia della persona. Qualcosa che ripugna al sentire etico e che comunque non ci si può permettere in una società che promuove le differenze e l'autonomia delle scelte dei singoli.

Tuttavia, in questa combinazione si nascondono diversi errori, di carattere logico e filosofico, che tra l'altro mutano la comprensione degli stessi valori in gioco: autonomia, rispetto della diversità, promozione della persona, con la conseguente serie di incongruenze, per esempio a livello giuridico, presenti nei nostri codici e carte costituzionali proprio in tema di famiglia. Quali sono, assai brevemente, questi errori? Innanzitutto, la prima tesi è fortemente ambigua: infatti non esiste di fatto nessuna società che sia puramente naturale, se intendiamo con questo termine un'"entità sociale" che sussista totalmente avulsa da mutamenti storici e sociali: né Aristotele né Hegel pensavano la famiglia in questo modo: il fatto che nella Politica tale istituzione implicasse l'inferiorità della donna, la pratica della schiavitù e una concezione assai rudimentale delle relazioni economiche e sociali, o che essa fosse strettamente funzionale all'amministrazione prussiana nel diciannovesimo secolo, non vuol dire affatto che per questo tutto l'insieme di relazioni, legami e rapporti affettivi che vanno sotto il titolo di famiglia debba essere considerato ipso facto radicalmente sbagliato: la realtà della famiglia è sempre natura, declinata nel tempo e nello spazio della cultura. In questo senso, esistono istituzioni naturali e istituzioni non-naturali, e sono tutte quante culturali.

Ciò che invece può correttamente discendere da una concezione non antitetica del rapporto natura-cultura è che essa è in grado di sopportare il mutamento culturale degli agenti nella relazione familiare e della relazione stessa, senza immediatamente cadere né nel relativismo culturale che porta ogni relazione interpersonale ad equivalersi, né dovendo per questo abdicare alla concezione rousseauiana di una cultura forzatamente perversa che innerva necessaria "la famiglia tradizionale" (l'opposizione natura/cultura, con la valutazione negativa della cultura, e l'analisi pessimistica della famiglia tradizionale sono peraltro due tesi tra le quali non c'è relazione di necessità logica, bensì fattuale e spesso retorica connessione ideologica). Nello spazio che qui si delinea, si apre un'altra via, diversa dal relativismo e dall'anacronismo, ed è quella che di fatto molte famiglie sperimentano in maniera positiva anche nella società complessa che si apre al terzo millennio. Ora, se il fatto di famiglie che funzionano è innegabile almeno quanto il suo contrario patologico, non è il mero dato sociologico che qui è risolutivo: la famiglia infatti non è soltanto un mero dato di fatto sociale, una volta configurato in un modo e oggi in un altro, prima costrittiva, ora aperta e liberante nel suo articolarsi al limite all'opposto della sua natura. Qui relativismo e anacronismo, come forme di culturalismo, si annullano a vicenda e mostrano la loro debolezza di fondo: la tesi per cui è famiglia la costellazione di relazioni afferenti la prossimità affettiva, sessuale, educativa del soggetto, che di fatto c'è. E nulla più, in positivo e in negativo.

A fronte di questa tesi, c'è una famiglia che si definisce nel suo percorso storico come qualcosa che deve essere perché la persona umana viva una vita buona e aperta agli altri, in relazione ai rapporti sessuali e di carattere parentale-affiliativo. In questo senso, molte statistiche negative, certe volte contraddittorie, possono comunque essere lette in maniera meno pessimistica, se messe a fuoco da questo punto di vista. Certamente, si dirà, oggi è più difficile e sociologicamente meno diffusa la capacità di instaurare legami stabili e duraturi. In negativo, perché probabilmente troppo pesante per il soggetto individualistico, ma forse anche perché è latente, in positivo, la consapevolezza di una capacità di esercizio elevato della libertà e della responsabilità, che configura essenzialmente l'essere dell'uomo. Questa combinazione di libertà e responsabilità, che fiorisce entro la famiglia e si perfeziona nei corretti rapporti tra i suoi componenti e gli altri tipi di società (professionali, economiche, politiche, amicali, sportive, di vicinato e volontariato, di appartenenza religiosa, etc.), è indispensabile per garantire una vera autonomia (che per l'uomo è sempre anche dipendenza riconosciuta), nei confronti di forme di sfruttamento e prevaricazione. Proprio perché la famiglia funziona, riusciamo a riconoscere e a combattere queste spinte distruttrici. Entro questa prospettiva, le ottiche dalle quali si può guardare alla famiglia sono molteplici e diverse, e vale la pena di portare alla luce in un'analisi interdisciplinare gli elementi di positività che spesso vengono dati per scontati o che si dimenticano nella preoccupazione di fronte a casi che, per quanto numerosi, non rappresentano (almeno di fatto) la normalità della relazione, e ancor meno la sua normatività.

In questo piccolo quaderno monografico si tenta appunto un esperimento di visione positiva della famiglia nella società complessa. Ciò ovviamente non vuol dire che si ritenga esaurito il tema, tutt'altro: si contribuisce, però, a metterlo a fuoco, sperando di ritornare sull'argomento anche in futuro con altri articoli. Si è cercato di realizzare un approccio relativamente non usuale alla realtà familiare, non necessariamente "apologetico", bensì propositivo. La famiglia è una risorsa, ed è semplicemente infondato il pregiudizio che essa non abbia più nulla da dire e da dare alle persone e alle società.

Il quaderno comprende tre interventi. Dopo una caratterizzazione filosofico-giuridica, ad opera di Jesús Ballesteros, delle realtà che oggi rivendicano il riconoscimento di famiglia sulle ceneri presunte della famiglia tradizionale, si passa all'analisi del sociologo Andrea Maccarini sugli elementi che propongono oggi più che mai la famiglia come relazione umana significativa, indispensabile in certi àmbiti della vita di ognuno. Nancy Sherman suggerisce infine una originale interpretazione dei modi in cui le relazioni interne alla famiglia promuovono la crescita e lo sviluppo della persona.

Altri capitoli, altre analisi si potrebbero aggiungere e non è sicuramente compito di queste pagine chiudere il discorso: basta dare un'occhiata alla Bibliografia tematica di questo numero di «Acta Philosophica», curata da Gabriel Chalmeta, che è dedicata allo stesso tema del quaderno monografico: il lettore la troverà al posto consueto, come quarta sezione della rivista. Ci riproniamo, comunque, di ritornare su questo argomento con altri articoli in alcuni dei fascicoli successivi.

In conclusione, alcuni punti, a parte quelli discussi negli articoli summenzionati, ci sembrano di particolare importanza per una riflessione della famiglia come risorsa, perché su di essi vediamo poco a poco convergere da più parti l'attenzione degli studiosi: il ruolo della famiglia nella formazione adeguata e armonica dell'identità personale, e non soltanto nella fase iniziale della vita o nell'unica direzione che va dai genitori ai figli; l'indispensabilità della famiglia fondata sulla stabilità e organicità del legame coniugale per lo sviluppo delle componenti affettive delle persone, nonché come fonte e preparazione per l'acquisizione di corrette competenze relazionali e solidali, realmente significative e non meramente strumentali, da spendere fuori dei confini della famiglia stessa; infine, ma giusto per mettere un punto finale a questa introduzione, l'importanza di definire i caratteri che costituiscono l'ambiente di riconoscimento disinteressato che definisce la famiglia, e che la propone come luogo di sospensione del giudizio sulla persona, di comprensione, pacificazione e perdono, mentre al contempo la mantiene come luogo di correzione, educazione e collaborazione intergenerazionale. Questi punti da soli ci sembrano sufficienti per riproporre il valore della famiglia fondata sul legame coniugale, con la speranza che queste righe invoglino alla concettualizzazione di modalità positive secondo le quali tale famiglia possa essere pensata come radice di crescita e sviluppo autentico della persona umana in quanto soggetto in relazione.