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MALO Antonio, Antropologia dell’affettività, Armando, Roma 1999, pp. 304.

fascicolo I, volume 9 (2000), pp. 168-170.
Recensioni

MALO Antonio, Antropologia dell’affettività, Armando, Roma 1999, pp. 304.

Ragione e sentimento: spesso e soprattutto in epoca recente queste dimensioni della vita umana vengono presentate in irriducibile e reciproca opposizione, come se l’una e l’altro fossero un polo che attrae in modo esclusivo l’agire dell’individuo. È giustificabile questa dicotomia? Ovviamente, no; perché entrambi fanno parte della persona umana. Resta, però, da studiare come interagiscono, come influiscono sulla condotta e se bisogna attribuire una preminenza di qualche tipo ad uno dei due.Se è intramontabile l’interesse dei pensatori verso la sfera sentimentale, negli ultimi anni c’è stata una fioritura di scritti sull’argomento, anche perché sembrerebbe che i nostri contemporanei siano più disposti ad emozionarsi che non a ragionare. Tra i numerosi saggi, quello che stiamo recensendo si impone alla nostra attenzione per le seguenti caratteristiche: l’assunzione di una prospettiva di antropologia filosofica, al di là di un esame settoriale o circostanziale; l’ampiezza dell’analisi, non limitata ad una corrente o scuola di pensiero; la franchezza di chi offre una proposta personale e non soltanto un’ordinata esposizione; l’unione di un approccio di tipo storiografico con un altro di tipo teoretico.Proprio quest’ultima peculiarità potrebbe inizialmente destare qualche perplessità, ma il risultato finale appare a mio avviso convincente. Infatti, l’autore segue inizialmente una linea di sviluppo storico delle teorie dell’affettività, ma senza vincolarsi ad una rigida successione cronologica. Esamina dapprima la concezione cartesiana delle passioni e poi quella comportamentista dell’emozione, per confrontare le visioni antropologiche ad esse sottese, cioè il dualismo e il monismo proprio del fisicalismo. Dopo un capitolo di tipo metodologico (cioè, sulla possibilità di avvalersi dell’esperienza interna per conoscere il mondo affettivo), riprende la linea storica per soffermarsi sul concetto platonico di desiderio e su quello aristotelico di orexis (termine che potrebbe essere tradotto sia come “facoltà” sia come “desiderio”), quali fonti e premesse della teoria tomista degli appetiti. Il pensiero tommasiano serve all’autore per sostenere l’argomentazione degli ultimi tre capitoli, dipanata in dialogo con la fenomenologia contemporanea e soprattutto con la specifica proposta fenomenologica di K. Wojtyla.La scelta delle suddette teorie della storia del pensiero deriva da un intento teoretico. Il cartesianismo e il comportamentismo sono affrontati perché, pur nelle loro divergenze, sono all’origine di un’idea tipicamente moderna che stabilisce l’opposizione tra affettività e ragione, ma poi auspica un controllo meramente tecnico della vita affettiva. La proposta di Tommaso d’Aquino, con le basi fornite da Platone e da Aristotele, è studiata perché è considerata il contesto adeguato per arrivare ad una spiegazione della tendenza umana, in cui si cerca di trarre frutto dalle riflessioni fenomenologiche sulla soggettività. Forse solo alla fine della lettura ci si rende conto che tutta questa preparazione di tipo storiografico non poteva essere evitata, poiché era importante stabilire delle coordinate fondamentali e delimitare il contenuto concettuale di termini quali “istinto”, “appetito”, “desiderio”, “emozione”, “tendenza”, così spesso confusi e travisati. La conclusione a cui si giunge è che l’affettività umana è «un fondo somatico-psichico-spirituale, la cui caratteristica è la coscienza spontanea che la persona umana ha di se stessa nel suo rapporto con il mondo, con se stessa e con l’altro» (p. 205).La conclusione appena menzionata, ampiamente corroborata, ha soltanto un valore preparatorio, perché serve da fondamento per una tesi ben precisa e cioè che l’affettività è la manifestazione della convenienza o della mancanza di convenienza della realtà riguardo alla soggettività (cfr. p. 211). Considerata in questo modo, la dimensione affettiva della persona non può essere intesa come qualcosa di negativo e resta costitutivamente legata alla dimensione intellettiva e volitiva. Proprio a quest’ultimo argomento è dedicato l’intero quinto capitolo, in cui si mostra in che modo viene esercitato il controllo flessibile o “politico” del giudizio razionale sui sentimenti, con un compito di interpretazione, di valutazione e di rettifica. Ne deriva che la sfera emotiva non può essere guida del nostro agire, perché essa coinvolge l’uomo solo al livello dell’esperienza vissuta e non penetra fino all’essenza personale: soltanto l’atto libero, che scaturisce dall’intelletto e dalla volontà, permette l’autodominio e l’autodeterminazione del singolo. «Il dominio è possibile non solo perché la ragione e la volontà sono superiori alle tendenze, ma anche perché le inclinazioni umane sono naturalmente aperte alla ragione (senza di essa non si può parlare di tendenze) e alla volontà. Si tratta però di un controllo flessibile perché le tendenze in se stesse non hanno un’origine operativamente razionale. Da qui il bisogno di integrarle all’interno della persona» (p. 255).Per operare l’integrazione dell’affettività sorge a questo punto un’esigenza fondamentale: come individuare la verità della persona? L’autore segue giustamente la strada della riflessione sull’atto umano, che modifica il soggetto agente e si riflette come compimento o insoddisfacimento della tendenzialità. Con qualche breve excursus storico, che forse distoglie un po’ l’attenzione dall’obiettivo del capitolo conclusivo, il prof. Malo si sofferma sul ruolo centrale della felicità e dell’abito o virtù per cominciare a dare una risposta alla suddetta domanda: la felicità rivela la capacità dell’uomo di fruire del proprio fine esistenziale; la virtù svela l’attitudine ad agire in accordo con il fine esistenziale, sperimentando una certa gioia nel compiere gli atti adeguati a tale fine (cfr. p. 281). Qui emerge una specie di circolarità, non del tutto messa in evidenza: da una parte, l’azione virtuosa che rende felici è quella che corrisponde alla verità personale; dall’altra, per agire virtuosamente devo conoscere qual è la verità su di me in quanto persona. È vero, comunque, che la felicità e la virtù, analizzate in profondità, permettono di comprendere che «la verità della persona consiste nella sua relazione con l’altro, in concreto nella scelta di Dio come fine esistenziale» (ibidem).Trascritta così, quest’affermazione potrebbe sembrare azzardata, ma essa è frutto di una ricognizione attenta della nozione di amicizia, di carità e di amore, virtù che perfezionano in sommo grado la persona e dalle quali deriva, come conseguenza non cercata direttamente, la felicità piena, profonda e condivisibile dell’uomo. Il riferimento a Dio implica per il singolo sia la consapevolezza di essere oggetto di un dono di amore, sia la capacità di amare gli altri in un nuova e più ampia dimensione. Proprio sul dono e sulla donazione si soffermano le ultime pagine del saggio, per mostrare, quasi a sintetizzare tutta la riflessione precedente, che sussiste «un processo di retroalimentazione tra donazione e virtù. L’accettazione del dono divino attraverso la carità è il fondamento delle virtù, le quali mediante l’autopossesso conducono ad una maggiore autodonazione; quest’ultima, a sua volta, aumenta le virtù in un crescendo senza fine, perché l’uomo su questa terra può sempre autopossedersi e autodonarsi di più, in quanto deve corrispondere a una donazione infinita» (p. 294).La lettura del libro è impegnativa, anche perché l’argomentazione procede con notevole densità; ciò mi ha senz’altro impedito di dare un resoconto adeguato di tutte le importanti implicazioni messe in luce. Lo sforzo del lettore, però, non viene deluso dalla serietà della proposta e dalla centralità dell’argomento affrontato. FRANCESCO RUSSO